Cala n.1 2016: Don Chisciotte e la Schwarzwälder Kirschtorte

 

Voglio una fetta di Foresta Nera. No, non sogno qualche ettaro di bosco in stile fratelli Grimm, ma qualche ettaro della mitica Schwarzwälder Kirschtorte: mousse al cioccolato, ciliegie al Kirsch e una spanna fitta di panna montata. Stratificazioni perfette e altezza importante. La cugina tedesca, e alcolizzata, della più nota Sacher. Troppo complessa da fare, difficile da trovare. Tranquilli bambini, ci pensa il Cala n.1 di Tinedo. Don Chisciotte de la Mancia versione enoica, è l’idealista del naturale, difensore a spada tratta dell’espressiva Tierra de Castilla e acerrimo nemico di invecchiamenti al sapore di rovere. Integralismo d’acciaio, o, al massimo, di cemento.

Con i suoi 14,5 gradi, l’immaginazione vola facile e un blend di vitigni che spacca fa il resto. Cioccolato all’85 per cento con il Tempranillo, 10 per cento di ciliegie caramellate con il Syrah, e 5 per cento di sensazioni al burro grazie al Cabernet Sauvignon. Fatto. Ecco la mia torta, liquida.

9 euro in meno e una convinzione in più: esiste sempre una soluzione formato bottiglia. Soprattutto se oltrepassate la metà.

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Barbacàn 2016: equilibrio allo stato brado

Pendii ripidi, resa bassa e vita grama per chi fa vino a Teglio, Valtellina. Terra di pizzoccheri e del nebbiolo eroico delle Alpi.

Cavallo pazzo, difficile da addomesticare senza intaccarne l’anima. O troppo aspro da diventare ingestibile, o troppo morbido appena si eccede con il legno.

Il Barbacàn è la dimostrazione che, come ogni ribelle, è solo lasciato a se stesso che trova l’equilibrio. In bilico tra acidità e succo. Zero concimi, zero pesticidi. Fermentazioni spontanee. Lieviti indigeni. No fronzoli. Eleganza allo stato brado 100 per cento Chiavennasca.

Il nebbiolo definitivo. Punto. 15 euro per cambiare prospettiva: dopo non andrete a Teglio solo per sfondarvi di pizzoccheri.

Luvaira 2015:quando il vino buono non sta nella botte

Tradizionalista nella forma, rivoluzionario nella sostanza. Tradotto: etichetta seduta, gusto avanguardista. Il Luvaira di Tenuta Anfosso è la dimostrazione che un grande vino non si costruisce con il legno. 

La rivincita dell’acciaio che ci libera dalla botte. Dopo anni a inseguire i francesi nell’invecchiamento al sapore di rovere, uccidendo l’identità locale per piegarsi al gusto omologato su modello Supertuscan dei bevitori esteri, che ne sono i maggiori destinatari, anche perché unici a poterseli permette.

E allora giù di tannino pesante, alta gradazione e retrogusto di sughero.  Certo, una personalità d’impatto, rassicurante, ma priva di sbavature, di quel disequilibrio, a tratti, di un vino che si fa ricordare. Bevuto uno, bevuti tutti.  Si, sono schizzi polemici da acidità post natalizia.

Tutt’altra storia per il Luvaira, 100 per cento Rossese di Dolceacqua di San Biagio della Cima. Un minestrone di stile autoctono, tra le verdure dell’entroterra e un pugno di olive rivierasche. Carattere ligure, è un condensato vegetale con una scia di basilico, di Prà. 15 euro solo per integralisti del terroir. Maniaci del tannino astenersi. O portatevi un sacchetto di trucioli, di rovere ovviamente.

Brut Ca’ de Pazzi: il Franciacorta che regge i cardi

Un chilo di cardi e un dubbio amletico: bianco o rosso? Il bianco verrebbe asfaltato dall’effetto dentifricio più caffè amaro, tipico del suo parente con le spine: il carciofo, grande rebus dell’abbinamento cibo-vino. Il rosso sarebbe penalizzato dall’inevitabile accoppiata cardo chiama acciuga, piegando il retrogusto nel metallico.

La soluzione, casuale, doveva essere il compagno di un salame mai giunto a destinazione, è la bolla inedita del Brut Ca’ de Pazzi. Un Franciacorta da Erbusco travestito da altoatesino, ma spumantizzato.

Se lo Chardonnay assicura i soliti sentori delle varie croste di pane e croissant di tutte le boulangerie francesi, perfetti praticamente con tutto, il Pinot Bianco è la follia di spararsi un vassoio di pasticcini, te al gelsomino compreso.

L’inaspettata nota dolce spinta ti risolve le insidie del quasi carciofo. 14 euro e la bagna cauda con i cardi non farà più paura. Grazie a chi si è mangiato il salame.

Kreglinger 2007: il diavolo della Tasmania

Incomprensibile d’impatto, ipnotico come pochi dopo trenta secondi. Ci troverete il mondo. A ciascuno il suo. Croccante alle mandorle, torrone al lemon curd, brioche al lime farcita di gelato alle nocciole, burro d’arachidi spalmato di caramello salato, o viceversa.

Niente paura sono gli effetti del  Kreglinger Vintage Brut 2007. Attenzione, però, il diavolo della Tasmania, che si mangia i francesi (Champagne), è nemico del freddo. Attendere prima dell’abuso, se ci riuscite.

Decisamente fuori budget, praticamente perfetto per le cene infinite di questi giorni. Ma da bere solo alla fine, quando tutti se ne vanno. E a restare sono quelli che contano.

 

Malbech 2016: il pepato di mezza età contro il gelo

ESiete in Alto Adige. Una giornata a -15 e le ultime due ore in doccia a +60, nel tentativo inutile di riprendervi da uno stadio avanzato di congelamento. Affamati, per giunta.

Finalmente non ci sono più ostacoli tra voi e l’unico vero motivo per cui siete lì: sfondarsi di bombe ipercaloriche come son non ci fosse un domani. Generalmente speck e formaggio grasso da sembrare burro come antipasto. Primo, canederli a base di formaggio, ovvio. Poi per forza di cose polenta di Storo. Qui c’è chi, fedele fino in fondo, ci accompagna una fonduta di formaggio di malga. E chi va di carne, cervo, capriolo e simili. Insomma, deboli di palato o perennemente a dieta astenersi.

Che ci bevi? stacchi o assecondi? Il contesto chiamerebbe i soliti autoctoni Lagrein o Pinot, ma il carattere sanguigno del Malbech di Santa Margherita, vitigno di provenienza bordolese, argentino per adozione, è il soccorso ideale per le vostre papille in eccesso lipidico.

Ma sceglietelo di mezza età, mi raccomando. Da giovane, mirtillo e prugna la fanno da padroni. La beva è facile, ma la struttura latita. Invecchiato, il tannino si fa invasivo e la freschezza ne risente. Dopo due tre anni il frutto fermenta, l’acido si smorza e il pepe persiste.

Una sberla di gusto che con i suoi 14,5 gradi saprà scaldarvi come si deve. 11 euro consigliati contro l’assideramento. O per quelli che ogni scusa è buona per bere.

PerLaGioia 2016: il radical chic da picnic

Lo so che non siamo nemmeno a Natale, fuori si gela e alle tre è già buio pesto. Ma facciamo finta che per un attimo sia primavera. Sole, caldo e allergia. La voglia di picnic in collina chiama e il PerlaGioia di Ancarani risponde senza esitazione.

Autoctono romagnolo, godereccio per provenienza, godibile per vocazione. Niente sofisticazioni invasive, solo cemento per un concentrato di lieviti indigeni, ma stilosi. Un blend di genuinità radical chic. Si dichiara ruspante, ma vuole solo pesce, please.

Ginestre e biancospini di Albana è Famoso dei colli faentini, e giuro non ho ancora bevuto, si piegano alla ventata minerale del Trebbiano romagnolo, sensibile agli influssi salmastri della vicina riviera. Fiori essiccati al sale, di Cervia. 10 euro perlavostragioia. E so di aver giocato facile. Ma oggi è uno di quei giorni in cui un bicchiere di vino è l’unica risposta che conosco.