El Gat Ros 2016: acido spiritato

100 per cento di Cabernet Sauvignon, irriconoscibile nella versione atipica di Carolina Gatti . Bassa gradazione, corpo liscio che scorre giù felpato come un gatto, rosso. Nessuno spazio alle morbidezze del tannino, solo acidità al sapore di bucce, acerbe. 

Pochi fronzoli, carattere spigoloso, non ti liscia, ma ti sfida e ti inganna a sorsi. Il coraggio di far parlare la terra che non si affida al gusto facile, o lo ami o lo odi. Siamo a Ponte di Piave, dove le morbide argille trevigiane ai frutti rossi cedono di colpo alle sberle acide delle rocce carsiche.

Elegante, a tratti ruvido, quasi schizofrenico, è diabolico e spiazzante come un gatto. 12 euro e avrete il vostro gattino ‘spiritato’, ma occhio che sarà lui a comandare.

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Grek 2015: confettura di tufo

Dopo aver aperto un barattolo di confettura di albicocche avrete a che fare con un blocco di tufo. Si, proprio un pezzo dell’atollo tufaceo che sovrasta Rocca Ripesena. Siamo a casa del Grek di Palazzone, coraggioso 100 per cento di grechetto.

Un vitigno autoctono ostico da domare, difficile da azzeccare. Il rischio è di beccarsi in un sorso albicocche caramellate, banane alla vaniglia con panna e spaghetti alle vongole, sabbia compresa. Esattamente in questo ordine. Un pasto completo e invertito. Aiuto.

Ma il Grek ha trovato le dosi giuste di un ricetta estrema. Il tutto sta nel giocarsi bene la carta dell’escursione termica. Sfruttare quanto basta la notte per raffreddare le esuberanze fruttate con un’iniezione di roccia. 

9 euro e gli opposti si attraggono. 

Fumin 2016: il naturale antibiologico

Prendete dei frutti di bosco, rossi e non dell’Esselunga che non vale. Tipo ribes, lamponi, corniolo. E si, il corniolo esiste. Poi aggiungete fiori di montagna essiccati, succo di mela valdostana e un pezzo di radice di quercia. Difficile? No, di più.

Il Fumin di Ottin ci riesce. Dosaggio pediatrico del legno per non schiacciare la personalità inconfondibile del fuoriclasse della Vallée. Filosofia enoica fuori dagli schemi e stile da vendere, Ottin è il vignaiolo indipendente vero per cui non si può non avere un debole.

Naturale senza essere biologico, perché il rispetto della terra non passa da un marchio, comprato. Lo pagate 20 euro, ma la sua eleganza politicamente scorretta non ha prezzo. Fidatevi. 

#cuoredinapoli: la napoletana che picchia forte

Niente vino, oggi. Tranquilli, c’è la birra. Pochi gradi, 6, spessore tanto. Ananas al pepe. Luppoli esotici e agrumi mediterranei. Spuma alle crema, speziata e punta di amaro. #cuoredinapoli picchia forte: la American Pale Ale di KBirr che parla napoletano non vi farà rimpiangere il vino. Brutta notizia: praticamente introvabile qui al Nord.

Biagio Antico 2016: asciutto da ingannare

Ho fatto un gioco. Bendata. Per bere. Indovinare alla cieca vitigno e provenienza di un vino. Lo so, ma qui da me, nelle terre oltre i confini dell’alta Brianza, ci divertiamo così.

Profumo: asciutto, poco spazio a sbrodolamenti fruttati. Già mi dico: bene deve essere del nord, una zona di roccia, poca terra. Circoscrivo sicura: Valle d’Aosta, Alto Adige, Friuli o al massimo Valtellina. Sapore: asciutto ancora, frutti rossi pochi, tannino non pervenuto, retrogusto quasi fiorito.

Mi ricorda qualcosa…si la persistenza al sapore di fieno e liquirizia che ti lascia il Pinot noir dell’amico Ottin di Porossan, Valle D’Aosta.

Ci ho preso per forza, lo sento. Mi sbendano. Sangiovese di Romagna Biagio Antico  di Ancarani, Faenza, Emilia Romagna. E il sommelier scrive: “fruttato, fresco e immediato, con note succose di frutta rossa fresca e di succo d’uva. Gusto scorrevole, immediato, beverino e rinfrescante, con tannini morbidi e fini”.

Dai, sul fatto che è scorrevole siamo d’accordo. È finito quando ero ancora al buio. 

10 euro per imparare, dal vino, a non fidarsi dei sommelier, o di chi vi benda. Eppure per me rimane un Pinot…

Myosotis 2017: oltre il rosso da frigo c’è di più

Rosato. Parliamone.

Snobbato come via di mezzo per chi non sa decidersi, o declassato a versione annacquata e da frigo del rosso, oltre a essere un metodo, il rose’ è uno stile di vita.

Nasce rosso, ma viene vinificato come un bianco. Perde intensità per guadagnare sfumature. Dal tannino più invasivo del rosso alle acidità più taglienti del bianco. Non sceglie. Si evolve. Tutta la gamma in un sorso. È la personalità instabile che ti svolta gli abbinamenti più ostici.

Prendete il pomodoro. Difficile. Il rosso spesso schiaccia la nota vegetale. E con il bianco le asprezze al quadrato rischiano di finire in aceto.

Il Myosotis di Zaccagnini è quello che ci vuole. Decadente come le bucce di una ciliegia matura, è il Montepulciano d’Abruzzo in versione slim dal retrogusto ferroso che calamita la beva. Bastano 8 euro per capire che la vita, no il bicchiere, non è solo bianco o rosso. 

Indigeno 2017: un giallo torbido

All’improvviso ho un tartufo, bianco. D’Alba, magari. No, è pavese, ma se la cava benissimo. Cosa farne non mi compete. Io porto il vino, ovviamente. 

Vado di classico bianco strutturato, bolla morbida o rosso langarolo? Facciamolo strano. Scelgo Indigeno di Ancarani. Trebbiano romagnolo non sboccato, ma torbido, corpo denso come un panetto di burro, da frigo. Effervescenza sulfurea. Naso d’arancia, salata. Grande rischio.

Mi dico, idrocarburi del vino più idrocarburi del fungo sotterraneo, ci sta per forza. Centro. Il giallo, il vino, era torbido, ma la soluzione è stata elementare, Watson. Scusate. 11 euro per uscire dagli schemi.